Difesa, focus e resilienza: il Mental Coaching secondo il Valencia Basket

Written by on 18/05/2026

Il Valencia Basket nella sua prima final four della storia della Eurolega: cosa c’entra con il coaching?

Vorrei cominciare questo articolo con un’emozione di gioia: “W Valencia Basket! Che impresa straordinaria!”

Ieri, battendo il Panathinaikos, storica squadra del basket europeo, nella cosiddetta gara 5, dopo un’incredibile rimonta partendo da un parziale di 0 – 2 per i greci, il Valencia si è qualificato per la sua prima Final Four della sua storia nell’Eurolega.
Il mio entusiasmo deriva certamente da una serie di fattori e ,tra questi, il fatto che, vivendo nella regione Valenciana da qualche anno, ho avuto modo di seguire il basket infantile e giovanile abbastanza da vicino.
Questo risultato fa veramente molto piacere, ma non è inaspettato.
Qui si respira una grande passione e rispetto per il basket, che non è solo appannaggio della città di Valencia, ma di tutta la regione, inclusi piccoli paesini e città di provincia che esprimono un gioco eccellente e molta abnegazione.

Ma cosa c’entrano queste considerazioni con il coaching?

Al riguardo mi piace condividere alcune linee di personalissime riflessioni:

• Montero, il giocatore di Santo Domingo, longilineo e alto ma non certo gigante per gli standard cestistici odierni (1.88 su Wikipedia): è stato, a detta di tutti, uno degli elementi decisivi di questa impresa. Io l’ho osservato durante queste partite e mi sono chiesto: ma come fa a mettere tutte queste triple e a conservare questa straordinaria lucidità e calma nel corso di questi incontri al cardiopalma? La risposta occorrerebbe chiederla certamente a lui, ma sicuramente, a mio parere, alla base della sua precisione nei tiri e nelle scelte tattiche ci sono stati innanzitutto la sua calma e il suo focus. Nell’intervista post gara 5, l’allenatore ha riferito al giornalista spagnolo di aver adorato Montero soprattutto nella sua capacità di aspettare, di attendere, di continuare a giocare anche nel quarto in cui stava giocando “peggio”, in cui aveva realizzato solo un canestro. In una frase: Montero aveva saputo attendere Montero, il proprio talento, senza forzarlo.

• Valencia e ciò che il basket rappresenta per questa terra: si respirava un’aria di grande entusiasmo a Valencia e, di più ancora, di grande energia. Un’energia che, come spesso capita in queste imprese sportive collettive, coinvolge facilmente i giocatori in campo, a volte rischiando ovviamente di frastornarli un po’ anche. Ma, a pensarci bene, oltre all’energia del pubblico, nei cori che si ascoltavano, nelle canzoni che venivano cantate, negli sguardi della gente, nella maniera di esultare, in quella di preoccuparsi, in una sorta di affettuosa ingenuità, un interlocutore avvezzo a girare i campi di basket della provincia valenciana poteva facilmente trovare una certa familiarità. Quello che, su massima scala, avveniva alla Roig Arena di Valencia nel corso della blasonata Eurolega, capita ogni fine settimana nei centinaia di campi di pallacanestro della regione, in cui giovani e bambini si scontrano in battaglie
serratissime, al cospetto di genitori e spettatori altrettanto partecipi, emozionati e stressati. Una parola per riassumere questa dinamica potrebbe forse essere: contaminazione. Il fatto che la performance sportiva vada molto spesso oltre la competizione stessa, e che la vittoria rappresenti al tempo stesso il coronamento di un humus culturale pre-esistente nel territorio in cui avviene. Magicamente applicabile anche ai giocatori nati in latitudini e culture tanto lontane. Un territorio che non è neutrale, non è spettatore di quel risultato, ma che lo ha in qualche modo “predetto”.

• La Difesa, con la D maiuscola. Questo risultato premia tutto un movimento, fatto di grande entusiasmo, serietà, investimenti, ma anche, a mio personalissimo parere, di una modalità di stare in campo che è davvero di squadra, dove la difesa e i “rebotes” (i famosi rimbalzi) rappresentano gli elementi cardine del gioco spagnolo. Vedendo la bravura dei giocatori del Valencia, di tutti i lunghi e i piccoli, di avventarsi sulle palle in attacco del Panathinaikos per afferrare i rimbalzi in attacco e “sporcare” le palle, di un tratto ho visto come in un film i centinaia di allenamenti dei miei figli sui campi di basket spagnoli in cui gli insegnanti, come un mantra, non si stancano di urlare: defensa! Ir al rebote!! Difesa, e noi italiani siamo maestri in questo, come modo di essere. Difesa come umiltà nel riconoscere la pericolosità dell’avversario. Difesa come modo di “difendersi da”, e quindi di sentirsi squadra, fratelli, pronti a
sacrificarsi l’uno per l’altro.

Starei delle ore a parlare e a straparlare di questa partita. Ma quello che mi sembra bello da condividere in queste parole – attesa, contaminazione, difesa – è quello che forse esse rappresentano per ciascuno di noi, con intensità e sfumature diverse naturalmente. Una donna e un uomo in grado di sapere attendere il proprio momento, il proprio sbocciare, l’essere consapevoli di essere il frutto di un qualcosa spesso impalpabile che ci precede, di cui essere fieramente orgogliosi e a cui guardare senza conservatorismo e paura ma con curiosità, l’umiltà del saper resistere e difendersi dalle intemperie, e di farlo assieme: in tutto questo c’è probabilmente la chiave di una “esperienza di vita meaningful”, direbbero gli anglosassoni, senz’altro divertente aggiungeremmo noi mediterranei.




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