“Mi chiamo Francesco Moschetti, sono un professionista che lavora nel settore dell’Information Technology da ormai venti anni. Ho intrapreso cinque anni fa un percorso corposo per divenire Mental Coach Pro, approdando alla certificazione nel 2021; ho continuato ad interessarmi di temi affini come la Psicologia e l’Astrologia credendo che siano discipline connesse ed interdipendenti rivolte alla comprensione di noi essere umani.
L’interesse verso il Coaching, nato dapprima come esigenza ed elemento di integrazione all’attività sportiva di tennista semi agonista, si è poi sviluppato come strumento di crescita e di esplorazione personale, con il proposito di costruire una seconda via, in cui puntare su capacità, competenze e abilità diverse da quelle che sono solito praticare nella attività di professionista dell’IT. Da questi stimoli e motivazioni è nato il progetto di scrittura del libro Straordinario, un testo che, nell’intenzione originaria e nella realizzazione del primo racconto “La Finale”, nasce come libro metaforico sul Coaching oltre che come strumento di discussione della tesi del Corso.
Straordinario così è divenuta una parola usata in modo forzato all’interno del testo, in certi casi anche abusandola, con il fine di elevarla a simbolo del fatto che le possibilità di realizzare sogni sono infinite, volendolo. In ciò si sintetizza il mio ideale di Coaching. Un processo da svolgere in autonomia, o accompagnato da un professionista, in cui si esplora, si scopre e quindi si individuano nuove realtà per poter esprimere più completamente la propria anima. Straordinario ha ricalcato questo personale copione interiore: scoprire di desiderare di fare qualcosa che è oltre il mio ruolo più conosciuto, scoprire altre capacità e modalità di espressione di me stesso, costruire identità professionali aggiuntive.”
Quanto bisogna essere coraggiosi, eroici ed innamorati del prossimo per svolgere al meglio la professione di Coach? Ponendomi questa domanda ho scritto questo articolo con il quale ho provato a mettere insieme gli studi, le esperienze e gli stimoli che ho vissuto da quando ho iniziato a far parte della Community di University Coaching® con il fine di descrivere le caratteristiche uniche di questa professione e di ipotizzarne il suo sviluppo e la convivenza al fianco di programmi informatici che sfruttino la intelligenza artificiale. Prima ancora di iniziare a parlare di competenze però, vorrei fissare un paio di punti che reputo fondamentali nel descrivere l’unicità di questa professione. Il primo riguarda la estrema variabilità dei contesti di riferimento in cui un Coach sarà coinvolto per costruire quello che sarà un miglioramento della performance di cui è interprete il cliente.
A questo obiettivo di miglioramento il Coach sarà sfidato misurandosi con una moltitudine di ambiti e di personalità umane tali per cui, difficilmente gli sarà permesso di seguire un copione uguale e ripetitivo nella interpretazione del proprio ruolo. Per questa ragione, non è un controsenso definire la professione del Coach come quella di un perfetto specialista despecializzato. Estrema conseguenza di questo ragionamento, che ne costituisce il secondo punto di osservazione, è costituita dalla tipicità della condotta operativa attraverso cui il Coach proporrà il proprio contributo e svolgerà il proprio mandato. Con riferimento a ciò, difficile immaginare un Coach che fornisce risposte conclusive o che possa definire la questione risolutiva nei minimi particolari. Molto più probabile pensarlo come un facilitatore ed attivatore di un processo di consapevolezza nell’altro, attraverso cui spingere il Cliente verso una forma di accettazione e/o di auto-risoluzione rispetto al quid della situazione in cui è stato coinvolto.
Il Coach pertanto deve lasciare che sia il Cochee ad arrivare alle migliori conclusioni per se stesso, anche in quei casi nei quali le risposte a disposizione siano pronte, facili e conclusive. Le risposte sarà meglio, che arrivino con un lavoro di supporto e di estrazione direttamente dall’animo del Cliente e dipenderanno dalle differenze che sono alla base della tipicità di ciascun individuo. Solo così difatti ognuno troverà le proprie risposte, crederà in quelle e potrà difenderle e riconoscersi. Il Coach nel suo operato, dovrà spingere all’apprendimento, più che insegnare direttamente, dovrà indurre quella curiosità esplosiva che diventa materia ed azione per l’altro, più che esatta definizione e concluso input. Dovrà spingere alla apertura della conoscenza e poi ancora della critica, più che ad una chiara enunciazione della direzione e della definizione di un territorio su cui il Cliente troverà interesse a poggiare il proprio peso. Perché nel Coaching, a fare la differenza, è la possibilità insita in ciascuno di noi ed il fatto che, chi si mette in gioco lo faccia in modalità attiva, in modo tale da permettere di alzare l’asticella della propria performance dapprima semplicemente identificando e rimuovendo l’interferenza e poi, al termine del viaggio, quando il senso della autorealizzazione è divenuto completo, facendo divenire questo processo il senso stesso della propria esistenza.
Di seguito vorrei indicare alcune delle specializzazioni tecnico professionali che costituiscono il set delle competenze indispensabili, acquisibili attraverso un percorso di studio.
Un Coach sarà tenuto ad avere la padronanza delle tecniche di Goal Setting. Quella arte di formulare obiettivi chiari e realistici farà da bussola per il coachee fornendogli uno strumento di indirizzamento e di pianificazione per un miglioramento che sia costante, misurabile e raggiungibile. L’abilità nel porre le domande giuste, è un elemento cruciale per stimolare la riflessione e l’emergere dell’auto-consapevolezza del Coachee fuori e dentro le sessioni formali con il Coachee. Anche essere dotato di una leadership empatica è fondamentale per creare un ambiente di fiducia e di apertura, utili anche per consentire al Coach di muoversi con la giusta attitudine nei rapporti con il Cliente. Infine, competenze di profiling psicologico che prevedano l’utilizzo di un modello di indirizzamento per la identificazione della personalità dominante del Cochee, non potranno che rinforzare la efficacia dell’operato ed aggiungere informazioni preziose rispetto ad elementi più profondi della identità del Cliente.
C’è da aggiungere che tutto ciò ed anche di più, anche il più acerbo programma di intelligenza artificiale è in grado di proporlo, in una relazione macchina evoluta verso cliente che probabilmente sfrutterà logiche di costo ottimizzate e più favorevoli rispetto ad un piano di sessioni one to one. Allora dove trovare il vantaggio dell’Uomo Coach rispetto ad un programma informatico di Coaching ? La risposta non è facile da dare ma, a mio parere, risiede nell’anima.
Un Coach per esserlo in una dimensione completa dovrebbe attingere dalle proprie esperienze personali per guidare gli altri. È questa lente evolutiva che è stata dapprima rivolta verso il proprio mondo interiore per il superamento delle proprie sfide e per il confronto con “i propri piccoli o grandi demoni”, che permetterà al Coach di riuscire ad offrirsi come guida evoluta e soprattutto di farsi percepire come figura umanamente più ricca e di valore dal coachee. Sarà stata questa esperienza umana, spinta al suo massimo livello, in un percorso evolutivo personale, divenuto fonte inesauribile di valori e di principi universali e spirituali, che renderà quel Coach un eroe sovra umano meritevole, agli occhi del coachee, di essere scelto per affidargli il compito di produrre un risultato di ugual valore verso di sé.
Essere un Coach implica avere un grande cuore, capace di empatia e comprensione, e un cervello affilato, per affrontare le sfide con la logica e l’intelligenza emozionale. È una professione che esige quindi non solo competenze professionali, ma anche una forte volontà di migliorare se stessi e il mondo circostante.
In conclusione, il Coaching è anche e soprattutto una vocazione che richiede un delicato bilanciamento tra competenze tecniche e una predisposizione innata al miglioramento continuo, alla relazione con il prossimo, alla valutazione della circolarità delle relazioni. Questo approccio olistico, vissuto in prima persona, renderà la persona prima Coach di sé, per poi evolvere in una figura essenziale nel viaggio trasformativo di qualsiasi individuo o organizzazione, ponendosi di certo ad un livello superiore di qualunque altra macchina Coach. Ecco quindi che le conclusioni tratte, delineano questa, una super professione in cui applicare un grande cuore, un saldo ed appuntito cervello ed una incrollabile volontà. Una professione si potrebbe dire del Cuore e non solo della Mente.
Francesco Moschetti