Dal dubbio alla convinzione: il mio percorso nel Mental Coaching

Written by on 21/09/2026

Il mio primo incontro con il Mental Coaching risale ormai a circa vent’anni fa, quando nello sport esisteva ancora molta diffidenza nei confronti della preparazione mentale.

Ero allenatore e la società decise di affiancare allo staff tecnico un preparatore mentale. Né io né i giocatori, però, eravamo realmente pronti a comprenderne il ruolo e soprattutto a integrarlo nel nostro lavoro quotidiano.

L’esperienza non fu positiva e finì addirittura per complicare alcune dinamiche interne, con conseguenze anche sui risultati sportivi.

Ripensandoci oggi, credo che il problema non fosse tanto lo strumento, quanto il modo in cui tutti noi ci rapportavamo a qualcosa che ancora non conoscevamo. Non eravamo pronti.

Probabilmente non lo ero io per primo.

Per molto tempo mi è rimasta una certa diffidenza. Poi, qualche anno fa, ho deciso di riavvicinarmi a questo mondo con uno spirito completamente diverso: non per credere o non credere nel mental coaching, ma semplicemente per cercare di comprenderlo.

Volevo capire quali fossero realmente i suoi metodi, i suoi strumenti e soprattutto la sua applicazione concreta nella performance.

Approfondendolo, ho scoperto qualcosa che mi ha fatto riflettere: molti principi e molte tecniche facevano già parte del mio modo di allenare, di comunicare e di gestire gli atleti.

Semplicemente, non avevo mai dato loro un nome.

In fondo, ogni allenatore lavora anche sulla mente dei propri giocatori. Lo fa quando cerca di trasmettere fiducia, quando prepara una squadra alla pressione di una partita importante, quando prova a responsabilizzare un atleta, quando gestisce un errore, una sconfitta o un momento di difficoltà.

La differenza è farlo in maniera intuitiva oppure avere conoscenze, metodo e strumenti per farlo consapevolmente.

È da questa consapevolezza che è nata prima la curiosità, poi la voglia di approfondire e infine la decisione di formarmi come mental coach.

Nel frattempo è cambiato anche lo sport.

Oggi gli atleti sono molto più pronti a parlare di preparazione mentale e a comprendere che non si tratta di qualcosa a cui ricorrere solamente quando esiste un problema.

Ed è forse proprio questo uno degli equivoci che considero più importante superare.

Non ci alleniamo fisicamente perché siamo fisicamente deboli. Non lavoriamo sulla tecnica perché siamo tecnicamente incapaci. Lo facciamo perché vogliamo migliorare.

Perché allora dovremmo allenare la mente solamente quando qualcosa non funziona?

La preparazione mentale dovrebbe essere considerata con la stessa normalità: una parte del percorso attraverso il quale un atleta cerca di conoscere se stesso, sviluppare le proprie capacità e riuscire a esprimerle con maggiore continuità.

Significa lavorare sulla concentrazione, sulla fiducia, sulla gestione dell’errore e della pressione, sulla capacità di rimanere nel presente, sulle emozioni, sulla motivazione, sul dialogo interno e sulla capacità di prendere decisioni nei momenti più complessi.

Ma significa soprattutto imparare a conoscere il proprio funzionamento.

Perché non esiste un atleta mentalmente forte in senso assoluto e non credo esista un metodo identico per tutti.

Esiste un atleta che progressivamente impara a capire che cosa gli accade, quali sono i suoi meccanismi, che cosa lo aiuta a performare e che cosa invece rischia di limitarlo. E, soprattutto, impara a costruire gli strumenti che gli permettono di intervenire su questi meccanismi.

Per questo considero il Mental Coaching al servizio della performance.

Non sostituisce l’allenatore. Non sostituisce la tecnica, il talento o la preparazione fisica. Non crea qualità che non esistono.

Può però aiutare l’atleta ad accedere con maggiore continuità alle qualità che già possiede, soprattutto quando ne ha maggiormente bisogno.

C’è un’esperienza della mia carriera da allenatore che, ripensandoci oggi, rappresenta perfettamente quello che intendo.

Durante le qualificazioni alla Coppa del Mondo FIBA 2019, con la nazionale della Costa d’Avorio, ci ritrovammo davanti a una situazione che sembrava quasi impossibile.

Per qualificarci non era più sufficiente vincere le ultime tre partite. Dovevamo vincerle tutte e, contemporaneamente, recuperare un’enorme differenza canestri: avevamo bisogno di accumulare complessivamente 67 punti di scarto nelle tre partite.

E non avevamo davanti avversari contro i quali fosse normale immaginare risultati di quelle dimensioni. Tra questi c’era la Nigeria, in quel momento numero uno del ranking africano e considerata una delle squadre che avrebbero potuto rappresentare una vera mina vagante alla Coppa del Mondo 2019, anche contro nazionali europee o sudamericane.

Potevamo prepararci tecnicamente, tatticamente e fisicamente nel miglior modo possibile. Ma la sfida più difficile era un’altra.

Prima di tutto dovevamo riuscire a credere che fosse realmente possibile.

Non semplicemente dirlo. Dovevamo entrare in campo accettando l’idea che quell’obiettivo, per quanto estremamente difficile, potesse essere raggiunto. Perché se per primi lo avessimo considerato impossibile, nessuna preparazione tecnica, tattica o fisica sarebbe stata sufficiente.

Ma c’era un secondo aspetto, ancora più complesso: dovevamo essere mentalmente preparati non soltanto alla difficoltà dell’impresa, ma anche alla possibilità che l’impresa stesse realmente per riuscire.

Ed è una differenza enorme.

All’inizio puoi giocare quasi senza paura. Corri, aggredisci la partita, metti energia, costruisci vantaggi importanti. Hai un obiettivo talmente lontano che tutta la tua attenzione è concentrata sul tentativo di avvicinarti.

Poi arriva un momento completamente diverso.

Guardi il punteggio e ti rendi conto che quello che sembrava quasi impossibile sta diventando possibile.

A quel punto cambia tutto.

Non devi più soltanto inseguire qualcosa. Devi essere capace di prenderlo.

L’eccitazione aumenta. La paura di perdere ciò che improvvisamente hai a portata di mano può sostituire la libertà con cui hai giocato fino a quel momento. Ogni errore sembra pesare di più. Il tempo sembra scorrere diversamente. La mente rischia di andare avanti, verso il risultato finale, invece di rimanere nel presente.

Ed è proprio lì che devi riuscire a continuare a fare ciò che ti ha portato fino a quel punto, nel momento in cui diventa più difficile farlo.

Noi riuscimmo a farlo.

Vincemmo quelle tre partite, raggiungemmo la differenza necessaria e la Costa d’Avorio conquistò la qualificazione alla Coppa del Mondo 2019.

Quell’esperienza mi ha lasciato qualcosa che oggi considero fondamentale nella preparazione mentale: non dobbiamo allenarci soltanto a gestire la pressione della difficoltà o la paura di fallire.

Dobbiamo essere pronti anche alla pressione del successo.

Perché a volte credere che qualcosa sia possibile è difficile. Ma quando improvvisamente capisci che lo è davvero, può essere ancora più difficile rimanere lucido, continuare a fare ciò che sai fare e avere il coraggio di andare fino in fondo.

Ed è proprio da esperienze come questa che nasce l’aspetto che personalmente trovo più affascinante della preparazione mentale.

Nella preparazione tecnica possiamo osservare, misurare e perfezionare un gesto, avvicinandolo sempre di più a ciò che consideriamo la sua esecuzione ideale.

Nella preparazione fisica continuiamo a spostare i limiti della performance. L’evoluzione dell’allenamento, della preparazione e della conoscenza del corpo permette agli atleti di raggiungere livelli sempre più elevati. Ma sappiamo anche che esistono dei confini biologici e naturali.

Il corpo umano ha dei limiti.

Sul piano mentale, invece, abbiamo una certezza molto minore.

Non sappiamo ancora realmente dove siano questi confini.

Ed è probabilmente questo l’aspetto che oggi mi interessa e mi entusiasma maggiormente.

Quanto possiamo migliorare la capacità di gestire la pressione?

Quanto possiamo sviluppare concentrazione, fiducia, consapevolezza, resilienza e capacità decisionale?

Quanto possiamo migliorare la capacità di reagire a un errore, di mantenere lucidità quando aumenta la pressione o di continuare a prendere buone decisioni quando arriva la fatica?

E soprattutto: quanto del potenziale di un atleta rimane inutilizzato non perché gli manchino tecnica, talento o qualità fisiche, ma perché non riesce ad accedervi pienamente nel momento in cui ne ha bisogno?

È qui che vedo forse il margine di crescita più grande.

Il gesto tecnico può essere perfezionato fino ad avvicinarsi alla sua esecuzione ideale. Il corpo può essere allenato fino ad avvicinarsi ai propri limiti biologici.

La mente, invece, rappresenta ancora un territorio di cui non conosciamo completamente i confini.

Forse siamo molto più lontani dal nostro potenziale mentale di quanto immaginiamo.

Ed è proprio questa possibilità ancora da esplorare che trovo straordinariamente stimolante.

Vent’anni fa il mental coaching era qualcosa che guardavo con diffidenza. Oggi quella stessa esperienza, riletta con gli strumenti e la consapevolezza che allora non avevo, è diventata parte del motivo per cui ho deciso di studiarlo e di formarmi.

Con una convinzione che porto con me proprio da quel primo incontro: anche lo strumento migliore serve a poco se chi lo propone e chi lo riceve non ne comprende il senso.

Per questo il Mental Coaching, per me, non significa imporre un metodo all’atleta.

Significa accompagnarlo nella scoperta del proprio.

Perché forse la vera sfida non è soltanto diventare più forti mentalmente.

È capire quanto possiamo ancora diventarlo.



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