Governare la tempesta

Written by on 04/11/2026

Ci sono mattine in cui l’ansia prima di un’interrogazione stringe lo stomaco così forte da cancellare tutto quello che si è studiato. Pomeriggi in cui, sul campo da gioco, le gambe si bloccano di colpo. Non è stanchezza, è la paura di sbagliare davanti a tutti. Poi basta aprire i social, guardare le vite degli altri e convincersi di essere gli unici a non aver capito
come funziona il mondo.

Crescere è un’esperienza incredibile, ma dobbiamo dircelo chiaramente: a volte è davvero complicato.

Ed è proprio in questo spazio che si incastra il lavoro del mental coach. Non ha nulla a che fare con la psicoterapia che scava nel passato, e nemmeno con l’approccio di un professore pronto a dare un voto o un giudizio. Somiglia più a un allenamento, ma focalizzato sulla gestione dei pensieri e delle emozioni. Si fa squadra con i ragazzi per aiutarli a superare i blocchi emotivi e a ritrovare un equilibrio a scuola, nello sport e nelle relazioni di tutti i giorni.

Anche per i genitori la pressione è altissima. Vedere un figlio che si chiude in camera, che va in crisi per un brutto voto o che si lascia schiacciare dalle insicurezze fa male, logora.

Inutile cercare risposte magiche che non esistono. Il percorso di coaching si basa sulla concretezza: ci si osserva, si guarda in faccia il problema e si costruiscono strategie pratiche da usare subito, nella vita quotidiana, per gestire il caos della crescita. Quando la rabbia per una sconfitta confonde le idee, ci si ferma, si aspetta che l’adrenalina scenda e si analizza la situazione con lucidità, separando ciò che si poteva controllare da ciò che dipendeva dagli altri o dal caso. Si impara a rivedere l’errore commesso per correggerlo mentalmente, togliendo spazio al senso di colpa per fare posto alla fiducia. I ragazzi iniziano a tenere traccia dei propri passi falsi non per giudicarsi, ma per chiedersi cosa hanno imparato da quello scivolone e come si comporteranno la volta successiva. Dopo qualche mese, rileggendo quegli appunti, si accorgono da soli dei propri progressi.

La parte più profonda di questo lavoro si legge nello sguardo dei ragazzi. Spesso arrivano la prima volta a testa bassa, appesantiti dalle aspettative dei genitori, della scuola, della società. Poi, settimana dopo settimana, la postura cambia. Un adolescente non è un contenitore da riempire con i desideri o le ansie degli adulti, ha una propria strada da trovare. Il coaching non serve a cambiare le persone o a renderle perfette. Serve a ricordare a ogni ragazzo le risorse che ha già dentro di sé, anche quando fuori c’è troppo rumore. Sbagliare un rigore o prendere un brutto voto non definisce chi sei, dice solo come è andata oggi. Imparare a governare la tempesta, in età adolescenziale, significa fare in modo che, domani, nessun vento possa fare paura.

E tu, sei pronto a fare squadra per governare la tempesta?




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