Al raduno degli arbitri di Serie A1 e internazionali di Zola Predosa, tre giorni di lavoro per ricordare che la prestazione non è soltanto tecnica e fisica: si costruisce prima, si gestisce durante e si recupera dopo.
Dal 11 al 13 settembre, a Zola Predosa, alle porte di Bologna, si è svolto il raduno degli arbitri di basket di Serie A1 e internazionali. Tre giornate intense nelle quali il lavoro tecnico e fisico, naturalmente indispensabile a questo livello, è stato affiancato da un altro aspetto della preparazione che considero altrettanto importante: quello mentale.
Il raduno ha avuto inoltre una caratteristica particolare, rappresentata dall’incontro tra due mondi sportivi apparentemente diversi ma, osservandoli più attentamente, accomunati da molte delle problematiche che riguardano la prestazione arbitrale: il basket e il calcio. Un confronto reso ancora più interessante dalla presenza di figure che hanno rappresentato e rappresentano l’eccellenza dell’arbitraggio italiano e internazionale, insieme a Paolo Mazzoleni, proveniente da una lunga esperienza nel calcio di vertice, e a Luigi Lamonica, responsabile tecnico della formazione degli arbitri di basket di Serie A1 e internazionali e protagonista, nella sua straordinaria carriera arbitrale, delle più importanti competizioni europee e mondiali. Inoltre, altre importanti presenze sono state quelle di Luca Banchi, allenatore della nazionale maschile di basket e Andrea Capobianco, allenatore della nazionale femminile di basket.
La presenza di personalità come Pierluigi Collina e Nicola Rizzoli ha ulteriormente sottolineato quanto possa essere utile mettere in comunicazione esperienze maturate in discipline differenti. Cambiano le regole, cambiano le dimensioni del campo, cambia il rapporto con il pubblico e cambia naturalmente la dinamica del gioco, ma molte delle pressioni alle quali viene sottoposto un arbitro di alto livello sono sorprendentemente simili.
Ed è proprio da qui che è partito il mio intervento.
La prestazione comincia dalla mente
Quando parliamo di performance sportiva tendiamo spesso a pensare immediatamente alla preparazione tecnica e fisica. Nel caso di un arbitro questo significa conoscere perfettamente il regolamento, saper interpretare le situazioni di gioco, mantenere una condizione atletica adeguata, occupare correttamente il campo e riuscire a prendere decisioni in tempi estremamente ridotti.
Tutto vero. Ma tutto questo deve essere messo a disposizione della prestazione nel momento in cui serve.
Ed è qui che entra in gioco la mente.
Nel corso dell’incontro siamo partiti da un presupposto: la componente mentale rappresenta una parte determinante della prestazione. Possiamo possedere conoscenze, esperienza e capacità fisiche eccellenti, ma dobbiamo riuscire ad accedervi proprio quando la pressione aumenta, il pubblico rumoreggia, un allenatore protesta, un giocatore chiede spiegazioni e magari, pochi secondi prima, abbiamo anche commesso un errore.
Il primo avversario, allora, non è necessariamente quello che troviamo davanti a noi. Molto spesso è quello che abbiamo dentro: il dubbio, la paura di sbagliare, il ricordo dell’errore precedente, la tensione, il desiderio di compensare, il timore del giudizio.
Per lavorare su questi aspetti ho scelto di dividere idealmente la prestazione arbitrale in tre momenti: il prima, il durante e il dopo. Tre fasi diverse, ma strettamente collegate tra loro, perché ciò che accade durante una partita dipende anche da come ci siamo preparati ad affrontarla e la qualità della prestazione successiva può dipendere da come abbiamo elaborato quella appena conclusa.
Prima della partita: prepararsi alla pressione
La preparazione mentale non comincia nello spogliatoio pochi minuti prima della palla a due.
Comincia nei giorni precedenti.
Così come un arbitro si prepara fisicamente durante la settimana, allo stesso modo può allenare la capacità di gestire pressione e stress, lavorare sulla propria concentrazione e utilizzare strumenti come la visualizzazione per anticipare mentalmente situazioni che potrebbe incontrare durante la gara.
Uno dei primi passaggi riguarda proprio il rapporto con la pressione.
Spesso vorremmo eliminarla, ma il tentativo stesso di non sentirla può diventare un’ulteriore fonte di tensione. Dobbiamo invece imparare prima di tutto ad accettarla. Se sentiamo pressione, molto spesso significa che stiamo facendo qualcosa che per noi è importante.
Un arbitro chiamato a dirigere una partita di Serie A o una competizione internazionale sa perfettamente che le sue decisioni saranno osservate da migliaia di persone e analizzate da giocatori, allenatori, dirigenti, osservatori e pubblico. Pensare di cancellare completamente questa realtà sarebbe poco realistico. Possiamo però allenarci a viverla in maniera funzionale.
In questa fase assumono importanza anche le routine, che non devono essere confuse con la scaramanzia. La scaramanzia attribuisce a un gesto un potere che quel gesto non possiede; la routine, invece, ha una funzione precisa.
Prima della partita gli arbitri effettuano un riscaldamento fisico perché nessuno penserebbe di entrare in campo e iniziare immediatamente a correre alla massima intensità senza avere preparato il corpo. Perché non dovremmo fare qualcosa di analogo con la mente?
Una sequenza di gesti e comportamenti conosciuti, un momento dedicato alla respirazione, alcune immagini mentali, determinate parole o un breve esercizio di focalizzazione possono diventare una sorta di riscaldamento mentale, aiutando l’arbitro a entrare progressivamente nella condizione più adatta alla prestazione.
Durante la partita: quei 90 secondi dopo un errore
Il “durante” è probabilmente il momento più delicato.
Gli arbitri ai quali mi sono rivolto operano in contesti nei quali possono esserci migliaia di spettatori: nel basket si può passare da palazzetti con circa cinquemila persone fino alle grandi arene delle competizioni europee, dove il pubblico può arrivare a quindicimila spettatori. Tutto accade velocemente e una decisione deve essere presa in una frazione di secondo.
In un ambiente del genere l’errore è inevitabile.
Questo è un punto sul quale credo sia necessario essere molto chiari: l’obiettivo non può essere diventare persone che non sbagliano mai. L’obiettivo deve essere diventare professionisti capaci di gestire nel modo migliore ciò che accade dopo aver sbagliato.
Durante il raduno abbiamo focalizzato l’attenzione in particolare sui 90 secondi successivi all’errore, perché possono diventare estremamente delicati. L’arbitro sa di avere probabilmente commesso un errore, percepisce la reazione del pubblico, vede quella dei giocatori e della panchina e, contemporaneamente, deve continuare ad arbitrare.
È proprio lì che possono verificarsi tre comportamenti pericolosi.
Il primo è cercare, magari inconsapevolmente, un fischio di compensazione. Il secondo è il comportamento opposto: lasciar correre una situazione nella quale sarebbe necessario intervenire, perché il dubbio prodotto dall’errore precedente condiziona la decisione successiva. Il terzo riguarda la relazione con gli altri componenti della squadra arbitrale: il disagio può portare a ridurre o interrompere la comunicazione con i colleghi.
Il problema è che tutto questo difficilmente passa inosservato.
Giocatori e allenatori di alto livello hanno accumulato migliaia di ore sui campi da basket. Sono abituati a osservare non soltanto il gioco, ma anche le persone. Possono percepire rapidamente un cambiamento nel linguaggio del corpo, un’incertezza o una difficoltà dell’arbitro.
Come possiamo allora affrontare quei 90 secondi?
Il primo passaggio è accettare l’errore.
Non negarlo, non cercare immediatamente una compensazione e soprattutto non continuare a portarlo con noi nelle azioni successive. La partita, nel frattempo, sta andando avanti.
Per riuscirci può essere molto utile cambiare il focus e riportarlo su qualcosa che appartiene completamente al presente: il respiro.
Respirare è naturale. Respirare consapevolmente va allenato
Tutti respiriamo e proprio per questo tendiamo a dare la respirazione per scontata. Ma respirare e avere consapevolezza del proprio respiro sono due cose differenti.
Utilizzare la respirazione come strumento di focalizzazione richiede allenamento.
Dopo un errore, riportare per qualche istante l’attenzione al respiro può aiutare a interrompere il dialogo interno legato a ciò che è appena successo e riportare la mente sull’azione presente. Non significa cancellare l’errore dalla memoria o evitare di analizzarlo successivamente. Significa semplicemente scegliere quando farlo.
Durante la partita non è ancora il momento dell’analisi. In quel momento c’è un’altra azione da arbitrare.
Questo è un principio che vale per un arbitro, ma anche per un atleta. L’errore precedente diventa davvero pericoloso quando continua a occupare lo spazio mentale necessario per affrontare ciò che sta accadendo adesso.
Naturalmente una capacità di questo tipo non può essere improvvisata nel giorno della partita. È necessario allenarla quotidianamente, esattamente come si allena un gesto tecnico.
Comunicare anche quando abbiamo sbagliato
C’è poi un altro elemento fondamentale nella prestazione arbitrale: la comunicazione.
Un arbitro comunica continuamente, anche quando non parla.
Comunica attraverso il tono della voce, lo sguardo, la postura, i gesti, il modo in cui si avvicina a un giocatore e persino attraverso la distanza che sceglie di mantenere dal proprio interlocutore. Per questo la comunicazione verbale non può mai essere separata dal linguaggio del corpo.
In alcune circostanze può essere necessario spiegare una decisione a un atleta o a un allenatore. E può anche accadere che sia opportuno assumersi la responsabilità di un errore.
Ammettere di aver sbagliato non significa necessariamente perdere autorevolezza. L’autorevolezza non nasce dall’illusione dell’infallibilità, ma anche dalla coerenza tra ciò che comunichiamo verbalmente e ciò che il nostro corpo trasmette.
Se le parole dicono sicurezza ma postura, sguardo e comportamento comunicano disagio, chi abbiamo davanti percepirà soprattutto questi ultimi.
Anche la comunicazione, quindi, fa parte della preparazione mentale dell’arbitro.
Dopo la partita: recuperare anche mentalmente
Infine c’è il “dopo”.
Nello sport abbiamo imparato da tempo quanto sia importante il recupero fisico. Dopo uno sforzo intenso prestiamo attenzione al riposo, all’alimentazione e a tutte quelle strategie che permettono all’organismo di recuperare.
Ma anche la mente ha bisogno di recuperare.
Una partita impegnativa può lasciare una forte attivazione emotiva. Possono esserci soddisfazione, rabbia, dubbi, stanchezza, episodi che continuiamo a rivedere mentalmente. È quindi importante costruire anche una fase di decompressione mentale, attraverso esercizi di rilassamento, respirazione e pratiche di Mindfulness che aiutino a riportare progressivamente attenzione e consapevolezza al presente.
Il lavoro svolto a Zola Predosa si è concluso proprio in questo modo.
Ai 32 arbitri presenti, insieme agli istruttori e agli osservatori che avevano partecipato all’incontro, ho proposto un esercizio di circa dodici minuti dedicato alla respirazione e alla consapevolezza corporea. Dopo ore trascorse a parlare di decisioni, pressione, errori, comunicazione e performance, terminare fermandosi ad ascoltare il proprio corpo e il proprio respiro mi è sembrato il modo più coerente per trasformare alcuni dei concetti affrontati in un’esperienza concreta.
La grande attenzione e la partecipazione con cui tutti hanno seguito il lavoro sono state, per me, uno degli aspetti più significativi dell’esperienza.
Allenare ciò che accade tra un fischio e l’altro
Un arbitro di altissimo livello deve conoscere il regolamento, essere preparato fisicamente, leggere rapidamente il gioco e prendere decisioni difficili sotto pressione. Nulla del lavoro mentale sostituisce queste competenze.
Il punto è esattamente l’opposto: la preparazione mentale deve permettere all’arbitro di utilizzare al meglio tutto ciò che già possiede quando ne ha maggiormente bisogno.
Prepararsi mentalmente prima della partita, accettare la pressione invece di combatterla, costruire routine funzionali, utilizzare la visualizzazione, imparare a gestire l’errore, riportare il focus al presente attraverso il respiro, comunicare efficacemente e recuperare anche dal punto di vista mentale dopo la gara sono tutte abilità che possono essere allenate.
Ed è forse questo il messaggio principale che porto con me dai tre giorni di Zola Predosa.
Quando vediamo un arbitro entrare in campo, osserviamo i suoi movimenti, ascoltiamo i suoi fischi e giudichiamo le sue decisioni. Quello che non vediamo è tutto ciò che accade nella sua mente: la pressione che deve gestire, la rapidità con cui deve lasciarsi alle spalle una decisione sbagliata, la necessità di mantenere lucidità mentre migliaia di persone reagiscono a ciò che ha appena fatto.
La partita dell’arbitro, quindi, non si gioca soltanto sul parquet.
Comincia molto prima della palla a due, continua nella capacità di restare nel presente tra un fischio e quello successivo e non termina necessariamente con la sirena finale.
Per questo anche la mente, esattamente come il corpo e la tecnica, ha bisogno di essere allenata.