Quando la scuola diventa una squadra: il Team Building entra in palestra
Written by Fabio Fossati on 10/09/2026
Nel mondo dello sport esiste un principio che consideriamo quasi scontato: per affrontare una prestazione importante bisogna prepararsi. Un atleta può allenarsi per mesi per una gara che durerà pochi minuti e, in alcuni casi, addirittura pochi secondi; una squadra dedica ore alla costruzione di automatismi, relazioni, strategie e capacità di reagire agli imprevisti per arrivare pronta all’appuntamento con la competizione. Nel mondo del lavoro, e per molti aspetti anche in quello della scuola, accade spesso qualcosa di molto diverso: chiediamo quotidianamente alle persone prestazioni di alto livello, capacità di comunicare, gestire problemi, collaborare, motivare gli altri e prendere decisioni, ma dedichiamo molto meno tempo ad “allenare” proprio queste competenze.
Da questa considerazione è nata l’idea di portare alcuni principi dello sport di squadra all’interno della scuola. Non con l’intenzione di trasformare gli insegnanti in atleti, naturalmente, ma utilizzando il gioco e alcune dinamiche tipiche del basket per lavorare su competenze che appartengono tanto allo sport quanto alla vita professionale: comunicazione, definizione degli obiettivi, leadership, motivazione, fiducia e gestione dell’errore.
Dalla teoria all’esperienza
Il percorso era iniziato alcuni mesi prima. Ad aprile, con il supporto dell’Ufficio Provinciale Scolastico di Brescia, avevamo organizzato un corso di Coaching Mentale rivolto ai docenti di Scienze Motorie, seguito da un intervento destinato più in generale agli insegnanti. L’interesse emerso durante quegli incontri aveva fatto nascere negli stessi partecipanti il desiderio di approfondire dinamiche che andassero oltre le conoscenze specifiche della propria materia, concentrandosi maggiormente sulla relazione tra colleghi e, soprattutto, sul rapporto con gli studenti.
Da quella richiesta è nato il Team Building organizzato il 7 settembre 2026, rivolto agli insegnanti di Scienze Motorie delle scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado. Più di cinquanta docenti si sono ritrovati nella palestra del Liceo Scientifico di Brescia quando l’anno scolastico non era ancora realmente cominciato. Credo che questo sia già un dato significativo: scegliere volontariamente di dedicare quattro ore alla propria formazione prima ancora dell’inizio delle lezioni racconta molto della curiosità e della volontà di migliorarsi di chi ha partecipato.
Questa volta, però, non volevo che i docenti rimanessero seduti ad ascoltare qualcuno parlare di Team Building. Volevo che diventassero una squadra e sperimentassero direttamente ciò che avrebbero poi potuto trasferire nel proprio lavoro.
È qui che una semplice palla può diventare uno strumento sorprendentemente potente.
Una palla, cinquanta insegnanti e un obiettivo comune
Chi ha vissuto uno sport di squadra sa che gestire insieme una palla apparentemente impazzita per il campo obbliga immediatamente le persone a comunicare, osservare gli altri, adattarsi e prendere decisioni. Non importa quanto ciascuno sia bravo individualmente: nel momento in cui l’obiettivo dipende dal comportamento dell’intero gruppo, le capacità del singolo non sono più sufficienti.
Nel basket questo concetto è evidente. Mandare un compagno a canestro attraverso un buon passaggio può regalare una soddisfazione persino superiore a quella di realizzare personalmente il punto, perché rende evidente il contributo che la nostra azione ha avuto sul risultato di un’altra persona e, di conseguenza, su quello della squadra. È una dinamica sportiva, ma basta sostituire il parquet con un’aula o con qualsiasi ambiente professionale per accorgersi di quanto il principio rimanga valido.
Durante le quattro ore di lavoro abbiamo quindi utilizzato esercizi e situazioni di gioco per portare i partecipanti a confrontarsi concretamente con sei grandi temi. La comunicazione, innanzitutto, perché nessuna squadra può funzionare se le informazioni non circolano in maniera chiara ed efficace; il goal setting, perché un gruppo diventa realmente tale quando le persone conoscono la direzione verso la quale stanno andando; la leadership, intesa non semplicemente come capacità di comandare, ma come disponibilità ad assumersi responsabilità e aiutare gli altri a esprimersi; la motivazione, che deve trovare un punto d’incontro tra obiettivi individuali e collettivi; la fiducia, senza la quale la collaborazione rimane superficiale; infine la gestione dell’errore, probabilmente uno degli aspetti che più avvicinano sport e scuola.
Imparare a sbagliare insieme
Attraverso il gioco possiamo comprendere con grande immediatezza quanto sia normale incontrare una difficoltà. Proviamo una soluzione, non funziona, osserviamo quello che è successo, cambiamo strategia e riproviamo. Nessuno si sorprende. È semplicemente parte del gioco.
Eppure, fuori da quel contesto, l’errore viene ancora troppo spesso vissuto come qualcosa da evitare a ogni costo. Nello sport lo vediamo continuamente: un atleta sbaglia, si concentra sull’errore appena commesso, perde attenzione sul presente e rischia di commetterne immediatamente un altro. Nella scuola può accadere qualcosa di simile. Se l’errore viene percepito esclusivamente come fallimento, lo studente impara progressivamente a proteggersi, evitando di esporsi; se invece diventa un’informazione utile per comprendere cosa modificare nel tentativo successivo, può trasformarsi in uno straordinario strumento di apprendimento.
Questo non significa naturalmente che tutti gli errori siano irrilevanti o che non debbano essere corretti. Significa creare una cultura nella quale sbagliare durante un percorso di crescita non equivalga a essere sbagliati.
Per un insegnante credo sia una distinzione fondamentale.
Dall’“io” al “noi”
Uno sport come il basket prevede una delicata fusione tra persone che si muovono rapidamente e che devono arrivare, nei momenti decisivi, quasi a pensare e agire insieme. Perché questo accada, i giocatori devono fidarsi profondamente gli uni degli altri, conoscere le reazioni dei compagni sotto pressione e sapere che ciascuno farà la propria parte. Un atleta può essere tecnicamente dominante, ma se non riesce a entrare in sintonia con gli altri difficilmente costruirà una grande squadra.
Lo stesso vale per qualsiasi gruppo.
Fare un percorso insieme aumenta enormemente le possibilità di raggiungere un obiettivo, mentre lavorare esclusivamente come individui rischia di disperdere energie e generare frustrazione. Il Team Building non serve quindi semplicemente a far trascorrere qualche ora piacevole ai partecipanti. Il divertimento è importante e il gioco facilita certamente l’aggregazione, ma dietro ogni esercizio deve esserci un obiettivo preciso: far emergere dinamiche che normalmente rimangono nascoste e permettere alle persone di osservarle in un ambiente protetto.
È interessante, per esempio, vedere cosa accade quando un gruppo incontra un ostacolo. Chi prende l’iniziativa? Chi ascolta? Chi continua a proporre la propria soluzione anche quando non funziona? Chi coinvolge il compagno rimasto ai margini? Quanto rapidamente il gruppo riesce ad abbandonare una strategia inefficace per costruirne una nuova?
Sono comportamenti che vediamo continuamente nello sport, ma che ritroviamo ogni giorno anche nella sala insegnanti e in classe.
Ed è questo uno dei motivi per cui credo che il mondo della scuola possa imparare molto dallo sport, così come lo sport abbia moltissimo da imparare dalla scuola.
Fermarsi per ripartire
La conclusione delle quattro ore è stata forse il momento più particolare della giornata. Dopo aver corso, giocato, comunicato, collaborato e affrontato insieme gli esercizi, ho proposto ai partecipanti qualcosa di completamente diverso: fermarsi.
Più di cinquanta insegnanti si sono sdraiati sul pavimento della palestra e per dieci minuti hanno semplicemente respirato consapevolmente, sperimentando un breve esercizio di Mindfulness.
Potrebbe sembrare quasi una contraddizione dopo una mattinata costruita sul movimento. In realtà, per me rappresentava la conclusione naturale del percorso. Essere performanti non significa essere costantemente in azione; significa anche sapersi fermare, riconoscere ciò che sta accadendo dentro e intorno a noi e riportare l’attenzione al momento presente. Il fatto che tutti abbiano accettato la proposta con entusiasmo è stato uno dei segnali più belli della giornata.
Alla fine, forse, il messaggio che volevo trasmettere era proprio questo: una squadra non nasce mettendo semplicemente delle persone nello stesso luogo, così come una classe non diventa automaticamente un gruppo perché gli studenti condividono un’aula e un insieme di insegnanti non diventa una squadra perché lavora nella stessa scuola.
La coesione va costruita, la comunicazione va allenata, la fiducia richiede tempo e anche la capacità di affrontare insieme gli errori deve essere sviluppata.
Nello sport lo facciamo ogni giorno perché sappiamo che, quando arriverà la partita, non avremo tempo per imparare a essere una squadra.
Forse possiamo cominciare a farlo un po’ di più anche nella scuola.