Fabio Fossati: quando quarant’anni di basket ti insegnano che la vera partita si gioca nella mente
Written by Matteo Noè on 29/07/2026
A volte un riconoscimento non celebra soltanto un risultato, ma restituisce il significato di un intero percorso. È quanto accaduto il 10 luglio 2026 a Postojna, in Slovenia, durante la cerimonia per il ventesimo anniversario del FIBA European Women’s Basketball Summit, la manifestazione nata nel 2006 con il nome di FIBA Europe U15 Girls’ Camp e divenuta negli anni uno dei principali progetti europei dedicati alla crescita delle giocatrici e alla formazione internazionale di allenatrici e arbitri.
In quell’occasione Fabio Fossati ha ricevuto un pallone d’oro commemorativo dalle mani del presidente di FIBA Europe Jorge Garbajosa e dell’Executive Director Europe Kamil Novak, come riconoscimento per il contributo offerto alla manifestazione nel corso di undici anni trascorsi nel ruolo di allenatore e formatore FIBA Europe. Non un premio legato a una singola partita o a una vittoria particolare, dunque, ma il ringraziamento per una presenza prolungata al servizio di un progetto che ha fatto dello sviluppo del basket femminile, della condivisione delle competenze e della crescita delle persone la propria ragione d’essere.
Il significato del riconoscimento emerge ancora più chiaramente osservando ciò che il Summit è diventato. Organizzato da FIBA Europe in collaborazione con la Federazione slovena, nei suoi primi vent’anni ha coinvolto oltre 1.500 partecipanti provenienti da 45 Paesi europei, tra giocatrici, allenatrici e arbitri, affermandosi come parte integrante della strategia FIBA Women in Basketball. La celebrazione del 2026 si è svolta proprio a Postojna, sede della manifestazione fin dalla prima edizione, all’interno dell’appuntamento tenutosi dal 7 all’11 luglio.
Quella consegna racconta bene chi è Fabio Fossati. Da una parte ci sono il prestigio internazionale, le panchine, i campionati, i trofei e la possibilità di ricevere un riconoscimento direttamente dai vertici del basket europeo; dall’altra c’è un professionista che, anche dopo oltre quarant’anni trascorsi nello sport, continua a considerare l’insegnamento, la relazione e la crescita umana degli atleti importanti almeno quanto la vittoria.
Parlare di lui significa raccontare una carriera vissuta prima da giocatore professionista, poi da allenatore e infine da Mental Coach. Un percorso che lo ha portato a lavorare in Italia e in numerosi Paesi stranieri, a confrontarsi con culture profondamente differenti e, più recentemente, a conquistare l’EuroCup con la Virtus Bologna nel ruolo di Mental Coach. Eppure, limitarsi a elencare questi traguardi significherebbe raccontare soltanto una parte della sua storia, perché ciò che colpisce maggiormente di Fossati non è soltanto quello che ha vinto, ma la capacità di continuare a interrogarsi su ciò che avrebbe potuto comprendere meglio, sugli errori commessi e sulle persone incontrate lungo il cammino.
Non è casuale che il riconoscimento ricevuto a Postojna sia legato proprio a una manifestazione femminile. Una parte importante della sua carriera si è infatti sviluppata nel basket delle donne, un ambiente nel quale ha raggiunto grandi risultati, ma soprattutto ha costruito relazioni, trasmesso competenze e contribuito alla formazione di nuove generazioni. Il pallone d’oro ricevuto per gli undici anni trascorsi al servizio del progetto FIBA Europe appare quindi come il simbolo di una carriera che non può essere misurata soltanto attraverso i tabellini o le coppe sollevate, ma anche attraverso ciò che ha lasciato alle persone con cui ha lavorato.
La vera svolta del suo percorso, tuttavia, non nasce da un successo.
Nasce da una delusione.
Durante la nostra intervista, Fabio individua con estrema precisione il momento in cui tutto è cambiato. Era il 2011 e allenava la nazionale femminile del Camerun, riuscita a conquistare una storica qualificazione al torneo preolimpico. Un risultato straordinario, destinato però a trasformarsi in una delle esperienze più amare della sua carriera quando, poche settimane prima della partenza, il Ministero dello Sport gli comunicò che non esistevano le risorse economiche necessarie per partecipare alla competizione. Quelle ragazze, che avevano inseguito il sogno olimpico, non sarebbero mai salite su quell’aereo.
Fu in quel momento che Fossati iniziò a chiedersi se esistesse un modo diverso di vivere lo sport. Non voleva abbandonare il basket: voleva comprenderlo più a fondo.
Guardandosi indietro, iniziò a ripensare ai successi, agli errori, alle occasioni perse e alle tante situazioni nelle quali, con il senno di poi, comprese che il limite non era stato tecnico né tattico, ma mentale. Cercava delle risposte e, quasi senza rendersene conto, iniziò un percorso che lo avrebbe portato a incontrare Mental Training Italy e a scoprire un mondo che fino a quel momento gli era quasi sconosciuto. È lui stesso ad affermare, con il sorriso di chi oggi guarda al passato con lucidità, che se da giocatore avesse avuto accanto qualcuno capace di insegnargli ciò che ha imparato negli ultimi anni, probabilmente la sua carriera avrebbe preso una direzione ancora diversa. E aggiunge, ridendoci sopra, che facilmente oggi sarebbe stato alle Seychelles a giocare a golf!
Questa capacità di mettersi continuamente in discussione sembra essere il tratto distintivo della sua personalità.
Nonostante una carriera internazionale che pochi allenatori italiani possono vantare, Fabio non racconta i Paesi in cui ha lavorato come semplici esperienze professionali, ma come occasioni di crescita personale. Allenare la Dinamo Mosca, storicamente legata agli apparati statali russi e al KGB, confrontarsi con culture tanto diverse o lavorare in Camerun e Bangladesh gli ha insegnato che un allenatore, prima ancora di trasmettere conoscenze, deve imparare ad ascoltare e comprendere il contesto nel quale opera. Per lui, ogni esperienza internazionale è stata soprattutto una scuola di adattamento, umiltà e curiosità.
È forse proprio questa apertura mentale ad averlo condotto verso una convinzione che oggi rappresenta il cuore del suo lavoro: quando tutti si allenano bene, quando la preparazione atletica, quella tecnica e quella tattica raggiungono livelli molto simili, ciò che continua a fare la differenza è la qualità delle competenze mentali.
Nel suo recente articolo pubblicato su Game Changer Coaches Magazine, significativamente intitolato The Mind Is the Last Frontier, Fossati sostiene che il Mental Coaching non dovrebbe intervenire soltanto quando emergono problemi, ma diventare una componente stabile della preparazione degli atleti, esattamente come accade per il lavoro fisico o tecnico.
Le sue parole, tuttavia, acquistano ancora più forza quando vengono affiancate ai ricordi della sua carriera da giocatore.
Racconta, ad esempio, di un’esperienza vissuta negli ultimi anni da atleta, quando partecipò a un corso nel quale sentì parlare per la prima volta di visualizzazione mentale. Iniziò a immaginare ripetutamente un canestro decisivo negli ultimi secondi di una partita. Poche settimane dopo, quella situazione si presentò realmente. E non una sola volta. Due tiri decisivi, due canestri realizzati. All’epoca parlò di coincidenza; oggi riconosce che quella fu probabilmente la prima dimostrazione concreta del potere della preparazione mentale.
Ascoltandolo parlare emerge un altro aspetto che colpisce profondamente.
Fabio Fossati parla pochissimo di schemi e moltissimo di persone.
Per lui un allenatore non è soltanto un esperto di tecnica. È un educatore, un punto di riferimento, qualcuno che contribuisce alla crescita umana dei propri giocatori. Una convinzione che riassume con una frase tanto semplice quanto significativa: migliori uomini e migliori donne diventano anche atleti migliori. Non è uno slogan, ma una filosofia maturata in decenni trascorsi negli spogliatoi di mezzo mondo.
Lo stesso approccio emerge quando affronta il tema dell’errore, uno degli argomenti centrali sia della sua intervista sia dell’articolo.
Gli errori, racconta, lo hanno fatto soffrire profondamente. Ricorda ancora una partita giocata a Roma nella quale un passaggio sbagliato negli ultimi secondi costò la vittoria alla sua squadra. Per giorni non riuscì a dormire, soffrì di nausea e profondi stati d’ansia, travolto dalle critiche, dalla delusione e dalla sensazione di aver tradito la fiducia di tutti. Oggi, però, guarda a quell’episodio con occhi completamente diversi: non è l’errore il vero problema, ma il modo in cui scegliamo di interpretarlo. L’errore fa parte dello sport, così come della vita, e imparare ad accettarlo rappresenta una competenza che va allenata con la stessa costanza con cui si allena un fondamentale tecnico.
Questa visione spiega anche il motivo per cui Fossati continua a sostenere che il Mental Coaching debba entrare nel lavoro quotidiano delle squadre fin dall’inizio della stagione e non essere considerato una soluzione d’emergenza quando i risultati iniziano a mancare. Così come ci si prende cura del corpo prima che si verifichi un infortunio, allo stesso modo bisognerebbe allenare la mente prima che arrivino le difficoltà. È una cultura della prevenzione, più che della riparazione.
Forse è proprio questa la ragione per cui il suo percorso professionale appare così coerente.
Nonostante abbia conquistato titoli e riconoscimenti importanti, la sensazione è che Fabio Fossati non misuri il successo attraverso il numero di trofei vinti, ma attraverso il numero di persone che riesce ad aiutare a esprimere il proprio potenziale.
Ed è probabilmente questa la lezione più preziosa che lascia anche a chi non vive di sport.
La performance non nasce soltanto dal talento, dall’esperienza o dalla preparazione. Nasce dalla capacità di conoscere sé stessi, di gestire le proprie emozioni, di accettare gli errori e di continuare a crescere anche quando si potrebbe pensare di aver già imparato tutto.
Dopo oltre quarant’anni trascorsi ai massimi livelli del basket internazionale, Fabio Fossati continua ancora oggi a studiare, confrontarsi e imparare. Forse è proprio questa la caratteristica che accomuna tutte le persone davvero straordinarie: non smettono mai di sentirsi allievi.
Ed è proprio da questa umiltà che nasce la loro forza più grande.