Recentemente, durante una riunione tra persone che avevano subito un infortunio sul lavoro, venne proposto un tema che mi fece riflettere a lungo: l’accettazione del trauma.
La persona che introdusse l’argomento disse una frase che probabilmente molti avrebbero condiviso. Raccontò di non essere mai riuscita ad accettare quello che le era successo e aggiunse che, a suo parere, non ci sarebbe mai riuscita. Le piaceva la vita che aveva prima dell’incidente, amava la propria autonomia, il proprio corpo, la libertà di muoversi e di scegliere. Non riusciva a concepire come si potesse accettare di perdere tutto questo.
Come darle torto?
Da lì nacque una discussione molto interessante. Alcuni presenti la pensavano esattamente come lei, altri sostenevano di aver accettato quanto accaduto pur continuando a considerarlo ingiusto. Qualcuno disse di non poter fare a meno di odiare il giorno dell’incidente, ma di aver imparato a concentrarsi sulle piccole cose positive del presente per non lasciarsi travolgere dalla rabbia. Ascoltai tutti con rispetto e attenzione, perché credo che davanti a esperienze di questo genere non esista una risposta valida per chiunque. Poi arrivò il mio turno.
Quando dissi che non solo avevo accettato il trauma, ma che oggi, guardando la mia vita nel suo insieme, il bilancio poteva addirittura essere considerato positivo, vidi comparire più di uno sguardo sorpreso. Purtroppo non ebbi il tempo di spiegare davvero cosa intendessi e, uscendo da quella riunione, continuai a ripensare alle parole che avevo pronunciato.
Fu allora che decisi di scrivere questo articolo.
Perché sì, confermo quello che dissi quel giorno: oggi considero positivo il bilancio della mia vita. Ma questa frase ha bisogno di essere spiegata, perché potrebbe facilmente essere fraintesa.
Non significa che sia contento di aver avuto un incidente in moto. Non significa che sia felice di poter camminare soltanto con l’aiuto di due stampelle, che mi piaccia convivere con il dolore cronico o che non darei qualsiasi cosa per riavere il corpo che avevo prima. Non significa nemmeno che, potendo tornare indietro, sceglierei nuovamente ciò che è accaduto. Significa qualcosa di molto diverso: con il passare degli anni ho imparato a distinguere ciò che mi è successo da ciò che ho costruito dopo che mi è successo.
L’8 ottobre 2009 ho perso moltissimo. Ho perso il lavoro che avevo costruito con anni di sacrifici, ho perso la Dieci HP Moto e la possibilità di vivere la motocicletta come avevo sempre fatto. Ho perso la libertà di muovermi lungo i fiumi con una canna da pesca in mano, attività che per oltre vent’anni aveva rappresentato uno dei miei più grandi spazi di felicità. Ho perso la semplicità di tantissimi gesti quotidiani, quelli ai quali normalmente non attribuiamo alcun valore fino al giorno in cui non possiamo più compierli.
Ero sposato con Giada da appena diciotto giorni. Avevamo davanti una vita che immaginavamo in un certo modo e, improvvisamente, quella vita non esisteva più. Ho perso capacità fisiche che avevo sempre dato per scontate, un’ampia parte della mia autonomia e, in un certo senso, ho perso il vecchio Matteo. In cambio ho ricevuto un dolore neuropatico cronico al braccio sinistro al quale, nonostante anni di visite, farmaci, terapie e interventi, non è stato possibile trovare una soluzione definitiva. Un dolore che ancora oggi mi accompagna quotidianamente e continua a ricordarmi ciò che è successo.
Non sto minimizzando nulla. Chi ha vissuto un trauma importante sa bene che non esistono scorciatoie. Esistono giornate buone e giornate difficili, momenti di rabbia, sconforto e stanchezza. Esistono ricordi che fanno male e sogni che non potranno più essere realizzati nel modo in cui li avevamo immaginati. Ci sono perdite che rimangono perdite anche quando impariamo a conviverci.
Eppure, nonostante tutto questo, accettare non mi è mai sembrato impossibile.
Quello che sto per dire, però, riguarda esclusivamente me e ciò che è successo a me. Non voglio insegnare niente a nessuno e, soprattutto, non penso di essere migliore o più forte di chi sente di non poter accettare il proprio trauma. Ognuno ha la propria storia, le proprie perdite, i propri tempi e le proprie risorse. Posso soltanto raccontare il significato che l’accettazione ha assunto nella mia esperienza.
Ho sempre cercato di essere realista e di assumermi le mie responsabilità. Fin dal primo giorno in cui ho deciso di salire su una moto sapevo che avrei potuto avere un incidente, anche grave. Era un rischio che avevo scelto consapevolmente di correre. Quando l’incidente avvenne, quindi, non iniziai a domandarmi continuamente: «Perché proprio a me?». Per quanto terribili fossero state le conseguenze, sapevo che quella possibilità faceva parte del gioco.
Ma questo non significa che avessi davvero accettato tutto ciò che era venuto dopo.
Per molto tempo, infatti, ho combattuto.
Ho combattuto per recuperare fisicamente e quella era una battaglia necessaria. Ho trascorso mesi e anni cercando di riconquistare ogni centimetro di autonomia possibile. Ma, contemporaneamente, combattevo un’altra guerra: quella contro il dolore e contro il corpo che non riconoscevo più. Continuavo a cercare la terapia, il farmaco, l’intervento che potesse restituirmi ciò che avevo perso. Ogni nuova possibilità riaccendeva una speranza e ogni fallimento mi riportava qualche gradino più in basso.
A un certo punto quella rincorsa diventò essa stessa parte del problema.
Dopo anni di dolore continuo ero stanco. Non era soltanto il corpo a essere esausto: lo era soprattutto la mia mente. Continuavo a misurare la mia vita confrontandola con quella che avevo prima e, inevitabilmente, il presente ne usciva sempre sconfitto. Il parametro era un Matteo che non esisteva più e ogni giornata diventava la dimostrazione di ciò che non ero più in grado di fare.
Quella continua lotta contribuì a portarmi alla depressione e a uno dei periodi più bui della mia vita.
Fu allora che iniziai lentamente a comprendere una distinzione che oggi considero fondamentale: accettare non significa approvare.
Non significa essere felici di ciò che è accaduto. Non significa considerarlo giusto. Non significa smettere di desiderare che alcune cose fossero andate diversamente e non significa nemmeno smettere di soffrire.
Accettare, per me, ha significato innanzitutto riconoscere la realtà per quella che è, smettendo di utilizzare tutte le mie energie nel tentativo di modificare qualcosa che apparteneva ormai al passato.
Il passato non cambia, indipendentemente da quanto lo consideriamo ingiusto, da quanto lo odiamo o da quante volte immaginiamo come sarebbe stata la nostra vita se quel giorno avessimo fatto una scelta diversa. Possiamo continuare a combatterlo, ma sarà sempre una battaglia nella quale l’avversario non può essere sconfitto.
A volte arrendersi all’evidenza non significa arrendersi alla vita.
Può significare esattamente il contrario.
Significa smettere di percorrere una strada che non porta da nessuna parte e cominciare a cercarne un’altra.
Per me il cambiamento iniziò davvero quando, dopo anni trascorsi a cercare una soluzione medica al dolore, la dottoressa Salvadori mi disse: «Matteo, tu non hai bisogno di un nuovo intervento o di una nuova terapia.»
Quelle parole aprirono una possibilità che fino ad allora avevo faticato persino a prendere in considerazione: forse non potevo eliminare il dolore, ma potevo imparare un modo diverso di affrontarlo. Ed è lì che, attraverso l’incontro con Alberto Biffi e il Mental Coaching, iniziai progressivamente a spostare la domanda.
Non più soltanto: «Come faccio a tornare quello di prima?»
Ma: «Cosa posso fare con quello che ho oggi?»
La differenza sembra piccola. Per me è stata enorme.
Accettare per tornare a costruire
Il Mental Coaching non fece sparire il dolore e non mi restituì le capacità fisiche che avevo perso. Mi aiutò però a riportare l’attenzione su qualcosa che per anni avevo quasi dimenticato: ciò che dipendeva ancora da me.
Cominciai a pormi obiettivi. All’inizio piccoli, concreti, persino banali agli occhi di qualcun altro. Provare a vestirmi completamente da solo. Recuperare pezzi di autonomia. Tornare a fare cose che avevo smesso persino di immaginare di poter fare. Imparai che fallire un tentativo non significava aver fallito e che il fatto di non poter più fare una cosa come prima non significava necessariamente non poter trovare un modo diverso per farla.
Poco alla volta smisi di considerare la mia vita soltanto attraverso ciò che avevo perso e cominciai nuovamente a guardare ciò che potevo costruire.
Ripresi passioni, relazioni, progetti. Recuperai autonomia. Tornai a sentirmi utile agli altri. Poi arrivò una scelta che, negli anni immediatamente successivi all’incidente, sarebbe stata semplicemente inconcepibile: decisi di diventare io stesso Mental Coach.
Ed è qui che torno alla frase pronunciata durante quella riunione.
Quando dico che oggi il bilancio della mia vita è positivo, non sto mettendo sulla bilancia l’incidente e dicendo che ne sia valsa la pena. Sarebbe assurdo. Sto guardando la mia vita nel suo insieme.
L’incidente mi ha tolto moltissimo e alcune di quelle cose non torneranno mai. Ma la mia storia non si è conclusa l’8 ottobre 2009. Dopo quella data ci sono state altre persone, altre esperienze, altre capacità che non sapevo di possedere, un nuovo lavoro, nuovi obiettivi e soprattutto una diversa consapevolezza di me stesso. C’è stato anche il desiderio di utilizzare ciò che avevo imparato per aiutare altre persone a scoprire le proprie risorse.
Forse è proprio questa, per me, l’essenza dell’accettazione.
Non riuscire finalmente ad amare ciò che ci è successo, ma smettere di permettere a ciò che ci è successo di decidere tutto ciò che potrà succederci dopo.
Non posso modificare il giorno dell’incidente. Non posso recuperare gli anni trascorsi nella sofferenza e non posso sapere quale sarebbe stata la mia vita se quella macchina non fosse stata lì in quel preciso istante. Posso però decidere cosa fare della vita che ho oggi.
Posso continuare a guardare ciò che manca oppure riconoscere ciò che esiste. Posso continuare a chiedermi chi sarei stato oppure provare a scoprire chi posso ancora diventare.
Il dolore è rimasto. Le stampelle sono rimaste. Molte limitazioni sono rimaste.
Ma sono rimasto anch’io.
E finché ci sono io, c’è ancora qualcosa che posso costruire.