“Da oltre 25 anni accompagno persone e team verso il raggiungimento dei loro obiettivi, trasformando potenziale in risultati concreti attraverso un approccio che integra esperienza sportiva agonistica, imprenditoria e formazione continua.
Il mio percorso nasce dall’acqua: un rischio di annegamento è diventato l’inizio di un’avventura che mi ha portato da atleta agonista a maestro e allenatore di nuoto, fino al triathlon ad alti livelli. Per vent’anni ho costruito e guidato una delle scuole nuoto più importanti del territorio veronese, sviluppando un team di triathlon tra i migliori d’Italia. Questa esperienza mi ha rivelato una verità fondamentale: il successo non dipende solo dalle capacità tecniche, ma dalla capacità di liberare il potenziale mentale, trasformando limiti in opportunità di crescita.
Come chimico e sportivo, ho sempre cercato di comprendere i meccanismi che portano un atleta alla massima performance, studiando i metodi dei grandi allenatori e analizzando ogni sfida come occasione di apprendimento. Come imprenditore ho affrontato la complessità della gestione aziendale, coordinando team multidisciplinari e imparando che leadership significa creare visione condivisa, comunicazione efficace e fiducia reciproca.
Il mio approccio non offre soluzioni preconfezionate, ma percorsi personalizzati dove ascolto, strategia e azione si fondono per sviluppare resilienza mentale, gestione dello stress, chiarezza degli obiettivi e performance ottimale.
Il mio motto, ispirato da Virginia Satir, è: “La vita non è come dovrebbe essere. È quello che è. Il modo in cui l’affronti fa la differenza.” E la differenza la fanno le parole che scegli per descriverla!”
*
Una storia di rinascita che insegna il vero significato del Coaching
Venticinque anni di bordo vasca. Migliaia di bracciate osservate, centinaia di atleti allenati, decine di medaglie conquistate. Ma c’è una storia che conservo con particolare cura nella memoria, quella che meglio rappresenta la mia filosofia di lavoro e il senso profondo di ciò che significhi accompagnare qualcuno verso la realizzazione del proprio potenziale. È la storia di Carlo e di quella medaglia di bronzo paralimpica che vale più di mille ori. Alto quasi due metri, biondo, bello. A quindici anni Carlo aveva il mondo tra le sue mani. Poi un tuffo maledetto e la schiena si spezzò come il gambo di un fiore. In un istante, la vita andò in frantumi come una palla di vetro sul pavimento. Il futuro scomparve e si sentì solo nel suo dolore.
Dopo aver recuperato il possibile e girato mezza Europa cercando un miracolo, Carlo dovette accettare la sua nuova vita sulla sedia a rotelle. Ma sapeva che per un equilibrio psichico e fisico doveva tornare in acqua. Ed è lì che ci siamo incontrati. Per mesi, Carlo mi studiò da lontano. Mi vedeva allenare con successo la squadra di triatleti, e condurre il centro sportivo a essere il punto di riferimento del territorio non solo per i risultati sportivi, ma anche per i servizi, l’accoglienza, quel sorriso e quella gentilezza riservata a tutti.
Quando finalmente mi chiese di allenarlo, capii subito che non si trattava solo di nuoto, ma che dietro agli obiettivi sportivi – entrare in nazionale, partecipare alle gare internazionali – c’era una richiesta umana profonda: essere trattato come qualunque altro atleta, essere semplicemente un uomo.
Dopo questi anni, passati a guidare atleti e collaboratori, ho imparato una verità fondamentale: che tu stia insegnando a un bambino di tre anni a galleggiare o stia accompagnando un atleta verso obiettivi ambiziosi, la struttura del processo è sempre la stessa. È una mappa precisa, testata migliaia di volte, che parte dalla connessione umana e arriva alla trasformazione. La mia filosofia si fonda su passaggi essenziali: creare la giusta chimica fin dal primo incontro, costruire un clima dove l’ansia lascia spazio alla fiducia, ascoltare profondamente per comprendere davvero, proporre mete ambiziose senza mai imporre, accompagnare nel percorso mantenendo la rotta, offrire riscontri continui per aggiustare il tiro. E poi ricominciare, perché il ciclo non si chiude mai.
Questa struttura non è rigidità, ma libertà. Come nella vita e nello sport, devi avere tecnica e conoscenze profonde ma anche capacità di adattarti agli imprevisti. La differenza tra un maestro e un principiante sta nel vocabolario dell’esperienza. Il maestro riconosce sfumature che l’allievo non vede, sa dare nomi a sensazioni che l’altro non sa ancora codificare. Dare un nome a qualcosa significa iniziare a governarlo. Se non hai parole per un’emozione, quella emozione ti governa. Se trovi le parole giuste, inizi a governare tu. Ma attenzione: avere esperienza non significa avere ragione. Significa avere più opzioni. E qui entra lo spirito del principiante che devi coltivare sempre. Devi rimanere curioso, aperto, umile.
Ogni persona è unica, ogni situazione richiede uno sguardo nuovo. Se vuoi capire davvero, devi uscire dalla tua zona di comfort e camminare nei mocassini dell’altro tre lune, come dicono i Sioux. I principi che guidano il mio lavoro sono radicali nella loro semplicità. Il giudizio è una trappola: quando giudichi, smetti di capire, applichi le tue categorie alla realtà dell’altro e smetti di vedere quello che c’è veramente. L’umiltà è potere: “so di non sapere” non è debolezza ma apertura, disponibilità a imparare dall’altro. E il Coaching autentico è sempre co-creazione: non trasferisci conoscenza dall’alto, ma crei uno spazio dove la conoscenza emerge dal dialogo, dove le parole giuste trovano le persone giuste al momento giusto.
La motivazione è il fuoco sacro che alimenta ogni percorso di crescita. Non basta la tecnica, serve quella fame interiore che ti fa tornare in vasca ogni giorno, quella visione che ti spinge oltre i tuoi limiti; ma la motivazione senza disciplina è solo entusiasmo sterile. Serve la disponibilità all’allenamento costante, quella capacità di ripetere, ripetere, ripetere con attenzione cognitiva, perché si apprende facendo e studiando, ogni giorno un po’ di più. E per questo serve il desiderio autentico di lasciare il segno.
Con Carlo colsi la palla al balzo. “Facciamo, andiamo.” Non sapevo dove saremmo arrivati, ma avevo grandi ideali carichi di energia. Arrivammo ad Atene 2004, alle Paralimpiadi. La prima gara la vidi dagli spalti: sembrava di essere al Maracanã, una moltitudine di persone a incitare gli atleti, urla di gioia, partecipazione totale. Da pelle d’oca. Carlo arrivò quarto per un soffio. Medaglia di legno. C’era un velo di delusione, malgrado il sogno fosse diventato realtà. Ci incontrammo all’uscita dello stadio del nuoto, l’unico momento per scambiarci due parole. Gli chiesi come si era sentito in gara e se era riuscito a esprimere tutte le sue potenzialità o se qualcosa lo aveva bloccato. Mi rispose: “Ero emozionatissimo, non mi aspettavo di essere in uno stadio anziché in una piscina. Era bellissimo.”
La mia risposta fu semplice: “Carlo, fanne tesoro e goditi la prossima gara. La tua gara.” Ripartii per motivi di lavoro, con il ricordo della luce nei suoi occhi. Alcuni giorni dopo, nel pomeriggio, mentre lavoravo, mi arrivò la telefonata. “Mauro, ce l’ho fatta, sì, sì!” Urla di gioia, suoni di festa, un casino. “Carlo cosa hai fatto?” Un attimo di silenzio. “Ho vinto la medaglia di bronzo, una gara fantastica!“
Per me fu un’immensa gioia. Quando alleni e aiuti gli atleti a raggiungere i loro obiettivi, alleni l’uomo nella sua unicità. Quel giorno la magia era percepibile. Quella medaglia di bronzo non è solo metallo, è la dimostrazione che il Coaching autentico può essere strumento di rinascita, che un allenatore può essere molto più di un tecnico, che la vera vittoria non si misura in centesimi ma nella capacità di trasformare il dolore in forza. Ogni atleta porta con sé una storia che merita di essere ascoltata, compresa, rispettata. La tecnica senza umanità è sterile. Insieme al corpo, bisogna allenare la mente e l’anima. E quella medaglia di bronzo, per me, vale più di tutto l’oro del mondo!