Nei giorni 9 e 10 gennaio, sulle prime colline che abbracciano il capoluogo emiliano, a Zola Predosa, si è svolto il secondo raduno stagionale degli arbitri di Serie A1 e degli arbitri internazionali della Federazione Italiana Pallacanestro. Un appuntamento importante, non solo per l’aggiornamento tecnico, ma soprattutto per il percorso di crescita personale e mentale che la classe arbitrale italiana sta portando avanti con sempre maggiore consapevolezza.
Questo incontro rappresentava la naturale prosecuzione del primo raduno, tenutosi a Roma nello scorso mese di settembre, alla vigilia dell’inizio del campionato di Serie A1. Già in quell’occasione era emersa una novità significativa: l’introduzione di un intervento strutturato di coaching mentale, pensato per supportare gli arbitri non soltanto durante la prestazione in campo, ma anche – e forse soprattutto – nella fase di preparazione alla gara. Tecniche di rilassamento, visualizzazione e gestione dello stato emotivo erano state accolte con grande interesse, segno evidente di quanto il ruolo arbitrale richieda oggi competenze che vanno ben oltre la conoscenza del regolamento.
Il raduno di Zola Predosa ha permesso di approfondire ulteriormente questi temi, entrando nel vivo di aspetti centrali come la gestione dell’errore, la definizione di obiettivi chiari e realistici e la costruzione di una vera e propria “road map” stagionale. L’errore, da sempre vissuto con grande peso dagli arbitri, è stato analizzato non come elemento da temere o da rimuovere, ma come parte inevitabile della prestazione. Riconoscerlo, accettarlo e saperlo “lasciare andare” rapidamente diventa una competenza chiave per mantenere lucidità e autorevolezza durante la partita.
Un passaggio particolarmente significativo di questo secondo incontro è stato l’approfondimento del concetto di squadra. In una gara di pallacanestro, infatti, opera una terna arbitrale nella quale ogni componente ha la responsabilità di specifici spazi e momenti, definiti con precisione dal proprio ruolo. L’equilibrio della prestazione dipende dalla capacità di ciascun arbitro di fidarsi dei compagni, evitando il rischio – spesso dettato dalla buona fede e dal desiderio di “fare bene” – di intervenire con decisioni che competono ad altri. Anche questo è un aspetto mentale: saper stare nel proprio ruolo, mantenere il focus e collaborare in modo armonico.
Proprio per rendere concreto questo concetto, è stato proposto un momento di team building che ha coinvolto attivamente tutti i 33 arbitri presenti. Divisi in piccoli gruppi, i partecipanti hanno lavorato su due domande tanto semplici quanto potenti. La prima: “Come vorreste essere ricordati al termine di questa stagione agonistica?” Dieci minuti di confronto intenso, seguiti dalla condivisione pubblica delle riflessioni di ciascun gruppo. Sono emersi valori come credibilità, coerenza, equilibrio, capacità di gestire la pressione e rispetto da parte di giocatori, allenatori e pubblico.
La seconda domanda ha spostato l’attenzione dall’intenzione all’azione: “Per essere ricordati in questo modo, cosa dobbiamo fare concretamente?” Ancora una volta, il lavoro di gruppo e la restituzione collettiva hanno favorito un confronto profondo e autentico. Allenamento mentale costante, comunicazione più efficace all’interno della terna, preparazione accurata delle partite e capacità di sostenersi a vicenda nei momenti difficili sono stati alcuni dei punti chiave emersi. Questo processo ha permesso di trasformare desideri e valori in obiettivi condivisi, rafforzando il senso di appartenenza e di responsabilità comune.
Il clima che si respirava durante il raduno era quello di un gruppo maturo, consapevole dell’importanza del proprio ruolo e desideroso di migliorarsi. Non si è parlato solo di arbitri come singoli professionisti, ma di una vera comunità che cresce insieme, imparando a confrontarsi e a sostenersi. È un segnale forte di come il mondo arbitrale stia evolvendo, riconoscendo che la prestazione nasce dall’integrazione tra competenze tecniche, fisiche e mentali.
Il raduno si è concluso nella tarda mattinata del 10 gennaio, intorno alle 13.30. Subito dopo, senza pause né celebrazioni, gli arbitri sono partiti verso le diverse località in cui erano designati per dirigere le partite del campionato di Serie A1. Un passaggio quasi simbolico: dalla riflessione e dalla condivisione al campo, dove ogni concetto discusso trova la sua verifica più concreta.
Questi momenti di lavoro rappresentano un investimento sul futuro della pallacanestro italiana. Arbitri più consapevoli, preparati e uniti sono una risorsa fondamentale per la qualità del gioco e per la credibilità dell’intero sistema. E il percorso intrapreso dimostra che, anche dietro un fischio, c’è un lungo lavoro interiore fatto di attenzione, allenamento mentale e crescita continua.